Il Territorio comunale tra capacità produttiva e problemi sociali
Nella visita effettuata nel 1531 dal Commissario dell'imperatore Carlo V, il feudo di Melpignano conta 150 nuclei familiari, la maggior parte greci ed albanesi, il suo territorio è fertile di grano, poco di olio, molto di vigne. Il locale barone percepisce dalle rendite del feudo 350 ducati annui e lo stesso viene valutato 8.000 ducati.
Dalle <<entrate feudali>> del feudo di Melpignano, accertate dal commissario Giovanni Battista Crisculo su incarico del tribunale della Regia Camera della Sommaria, in occasione della morte di Ramirez Dellanos avvenuta il 10 febbraio 1610, si evince che le colture praticate nel territorio di Melpignano su cui sono infisse le decime feudali, sono quelle dei cereali, nelle diverse specie di grano, orzo ed avena, delle fave, e del lino. Per ottenere la situazione complessiva delle colture praticate bisogna aggiungere la coltura dell'olivo, non menzionata nel detto accertamento, in quanto non soggetta a decima feudale.
Il territorio del feudo di Melpignano appare quindi variamente dedito in generale alle colture dominanti dell'olivo e dei seminativi con alberi di ulivo. Frammisti a queste colture figurano alberi di fico, gelsi, e vigne. Arricchiscono ancora le suddette colture, quelle stagionali rappresentate da <<fave, ciceri, miglio, fasuli, bombace orti, cioè di meloni, cucumeri, cucuzze e cipulle>>.
L'intreccio delle colture dominanti dell'olivo e del seminativo, testimonia come la produzione ottenuta è volta per lo più all'autoconsumo, specie per il seminativo il cui surplus annuale viene conservato nelle diverse <<fosse>> scavate, come abbiamo visto, nel centro abitato da utilizzare soprattutto come indispensabile riserva alimentare per affrontare con una certa tranquillità le frequenti carestie dell'antico regime. Per l'olio invece si può pensare che la locale produzione partecipi al generale mercato di esportazione interessante tutta la provincia di Terra d'Otranto. Alle suddette coltivazioni si aggiungono sparsi alberi da frutta e soprattutto alberi di fico. Il frutto di quest'ultimi costituisce per la popolazione nei mesi invernali un importante integratore alimentare.
Alle strutture murarie, consistenti generalmente in <<curti, case e capanne>> per il ricovero degli uomini e degli animali, o in <<una lamia, forno, grotta>> a secondo dell'economia praticata, spesso si aggiunge la presenza di una cisterna per la raccolta delle acque piovane da utilizzare nei mesi estivi, quella dell'<<aera inchiancata per triturare vittovaglie>>, ed infine molto significativa ed importante è quella rappresentata dagli innumerevoli <<laccari con acqua per curare lino>>. Quest'ultima realtà testimonia come la coltivazione del lino costituisca per le famiglie melpignanesi una preziosa economia aggiuntiva, insieme a quella della seta data la presenza di alberi di gelso, alle tradizionali coltivazioni agricole. La sua trasformazione e lavorazione in panni di lino infatti, a parte i problemi igienico-sanitari dovuti ai miasmi sviluppati dalla macerazione del lino nell'acqua e quelli connessi con lo sviluppo di infezioni malariche nei mesi estivi, trova immediata collocazione ed ottima remunerazione, grazie alla mediazione dei diversi mercanti di stoffe, non soltanto sul locale mercato di Melpignano ma anche in ambito provinciale e regionale.
Costituisce ancora motivo aggiuntivo di ricchezza l'estrazione della locale pietra da costruzione cosiddetta, dal vicino centro, <<di Cursi>>, che, richiestissima in tutto il Salento, offre in tutte le epoche agli innumerevoli artisti e scalpellini la materia prima per realizzare le proprie incredibili opere, specie nell'affascinante affermazione del <<barocco leccese>>, riuscendo in tal modo a plasmare, attraverso le singole abitazioni, palazzi signorili, chiese e conventi, interi paesi e città. Nelle diverse <<tagliate>> situate nel suo territorio trovano lavoro i tanti <<zoccatori>>, che in una economia agricola sempre al limite della sussistenza costituisce un'occasione preziosa di lavoro.
Accanto all'economia agricola ed estrattiva, sviluppata è quella agro-pastorale sia nel territorio del Comune come soprattutto nella vicina foresta di Roca. In questa, in base al diritto di affida, cioè il pagamento del prezzo del pascolo da parte delle Università affidate, cioè che in precedenza si sono accordate per la suddetta prestazione con il legittimo possessore della Foresta di Lecce verso Otranto, o di Roca, i cittadini di Melpignano godono del diritto di introdurre i propri animali in tale foresta portandoli a pascolare negli ubertosi prati e boschi in essa esistenti senza incorrerre nelle pene connesse al diritto di diffida, cioè al pagamento della contravvenzione per l'introduzione abusiva di animali nelle sue pertinenze.
La condizione feudale dell'agricoltura nell'antico regime, attraverso l'imposizione della decima sulle produzioni agricole soggette a tale tributo, il grave problema costituito dalla manomorta ecclesiastica, cioè la sottrazione dei beni immobili alla libera circolazione del mercato, ed infine gli usi e le consuetudini secolari perpetuati in tale campo finiscono per mortificare l'agricoltura non soltanto salentina ma di tutto il regno di Napoli condannandola per tutto l'antico regime ad un sostanziale immobilismo economico, nonostante per la provincia di Terra d'Otranto la consistente produzione olearia assicuri, per tutto l'antico regime fino alla fine del XIX secolo, ottimi redditi grazie alla sua commercializzazione su tutti i mercati europei, il cui prodotto viene usato, oltre che come principale ingrediente alimentare, per l'illuminazione, nella produzione di sapone, nelle tintorie e nei lanifici inglesi.
La nuova situazione determinata all'indomani dell'abolizione della feudalità e della soppressione degli ordini religiosi ad opera del governo rivoluzionario napoleonico sembra risolvere in un sol colpo tale secolare condizione di assoggettamento determinando un rinnovato interesse per l'agricoltura meridionale ormai pienamente inserita nel processo di internazionalizzazione delle colture grazie allo sviluppo dei trasporti marittimi. Nei primi decenni dell'800, di fronte alle consistenti richieste di cotone da parte delle industrie francesi ed al crollo dei prezzi dell'olio a causa della diminuita domanda internazionale ed al blocco continentale nei confronti della Francia da parte delle potenze avversarie, si tenta d'introdurre la coltivazione del cotone. A questa in prosieguo di tempo, stimolata dagli inviti del subentrato governo borbonico viene ad affiancarsi anche quella del tabacco e, nel periodo post-unitario, della vite, la cui produzione ed esportazione, favorita dalla distruzione a causa della <<fillossera>> degli affermati vigneti francesi e spagnoli, raggiunge veramente ragguardevoli quantità.
I suddetti tentativi d'introduzione di nuove colture per migliorare le condizioni generali della provincia si rivelano ben presto vani. Altri e complessi sono i motivi che di fatto non risolveranno mai tali problemi perpetuandoli per certi aspetti fino ai nostri giorni. Innanzi tutto le leggi sull'abolizione della feudalità e quelle sulla liquidazione del patrimonio degli ordini monastici possidenti attuate nel regno di Napoli nel decennio rivoluzionario, in definitiva si rivelano utili solo per il consolidamento dei già estesi patrimoni fondiari delle antiche classi nobiliari e possidenti, mentre di fatto il resto della popolazione partecipa solo in modo marginale a tale spartizione dei consistenti patrimoni immobiliari incamerati dallo Stato e successivamente venduti a prezzi inaccessibili ai non possidenti. Situazione che si ripete con i rinnovati incameramenti dei beni, operati ancora una volta a danno delle istituzioni ecclesiastiche nel periodo postunitario, quando l'introito realizzato dalla loro vendita serve esclusivamente a colmare le casse vuote del nuovo Stato italiano. Fatto che penalizza il Sud praticamente <<spogliato>>, come abbiamo già rilevato, di una ricchezza che già gli è propria e lo rende ancora più debole di quanto non lo fosse prima. I terreni demaniali poi, su cui i cittadini avevano esercitato da sempre i rispettivi usi civici, cioè i diritti di pascolo, di fienaggione, di raccogliere legna, e diversi altri diritti connessi alla natura degli stessi demani, di provenienza questi, feudali, ecclesiastici, comunali e promiscui, che la legge 1° settembre 1806 ordina che siano dati ai cittadini più poveri di ogni Comune dietro pagamento di un annuo canone, continuano a costituire per tutto il secolo XIX e buona parte del XX una grave questione sociale finendo per vanificare lo spirito della suddetta legge.
A tutto questo bisogna aggiungere la particolare condizione strutturale della produzione agricola salentina, come di quella meridionale in generale, impostata ad essere un'agricoltura di tipo <<coloniale>> legata cioè immediatamente ai bisogni ed alle richieste dei vari lontani centri industriali di trasformazione, che si comportano a seconda dei propri cicli di produzione e della propria convenienza economica. A questo fattore negativo, bisogna aggiungere che l'interesse degli agricoltori salentini è stato sempre <<quantitativo>>, piuttosto che <<qualitativo>>, cioè la loro preoccupazione è diretta più ad accrescere la quantità del prodotto ottenuta piuttosto che rivolgere la loro attenzione alla qualità dello stesso.
La distruzione dell'enorme ricchezza generata dalle colture del vino e dell'olio non tarda a far sentire i suoi effetti nella provincia di Terra d'Otranto. La mancata commercializzazione dei suddetti prodotti fanno precipitare in modo drammatico ed irrimediabile le condizioni sociali economiche e finanziarie della sua popolazione e contribuiscono a far acuire i suddetti problemi sociali, economici ed istituzionali non mai risolti. In Terra d'Otranto, come in tutta Italia, il fondo della crisi viene toccato nell'inverno del 1898. Negli anni precedenti si sono registrati solo poveri e mancati raccolti, i proprietari sono esausti nell'investire capitali in lavori agricoli che non danno i loro frutti e quand'anche questi arrivino non si riesce a venderli ingombrando solo recipienti e cantine. Data l'incidenza del dazio sul grano, negozianti ed incettatori si arricchiscono con il contrabbando dello stesso, mentre i lavoratori sono costretti a restare inoperosi e vedere la propria famiglia morire di fame. Per la concomitanza di tanti fatti negativi scoppiano violente jacqueries contro i rappresentanti del Governo a Gallipoli, Latiano, Massafra, Mottola, S. Vito dei Normanni, S. Giorgio, Salice e Taranto, non diversamente dal resto dell'Italia. A Milano, nell'inverno del 1898, la folla affamata viene presa a cannonate dalle truppe del generale Bava Baccaris, due anni dopo a Monza, il 29 luglio 1900, il re Umberto I lascia la sua vita per mano dell'anarchico Gaetano Bresci.
La congiuntura economica non torna favorevole neppure nei primi anni del '900. La povera gente, come ultimo rimedio, si rivolge all'autorità ed invoca l'attuazione dei necessari lavori pubblici per alleviare le proprie sofferenze.
Testi tratti da: "Melpignano" di Pantaleo Palma






